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“Contro il tempo in un soffio di vento”

di

Marco Bizzarri e Paola Pardini

La velocità, l’unico modo per sconfiggere il tempo e il suo inesorabile scorrere.

Una sfida impossibile da vincere per l’essere umano, non ancora in gradi di raggiungere velocità superluminali.

Eppure il fascino incredibile di lanciarsi in una corsa folle a tutta velocità spremendo ogni goccia di sudore e di adrenalina in corpo fino a giungere al limite fisico dei nostri muscoli e della nostra struttura articolare è una sfida così incredibile che nessuno essere umano riesce a fuggire; sentire ogni fibra del proprio essere tendersi in una perfetta sincronia alla ricerca della massima spinta, scorgere in fondo allo sguardo il traguardo da raggiungere che si fa sempre più grande mentre il mondo intorno sembra fermarsi per lunghi istanti al nostro passaggio.

La massima espressione di queste sensazioni ed emozioni sono i cento metri piani in atletica leggera e il top, la sfida massima con sè stessi e gli altri ma soprattutto col tempo raggiunge il suo apice ogni 4 anni, durante i Giochi Olimpici.

Ripercorriamo insieme per immagini le tappe più importanti di questa corsa impossibile contro il vento e il tempo in un percorso lungo oltre un secolo, iniziato con la prima edizione dei Giochi Olimpici moderni ad Atene nel 1896.

Nei Giochi Olimpici dell’antichità la corsa delle corse, quella più seguita e acclamata era probabilmente la corsa dello “stadion”; il vincitore della gara era spesso considerato come il vincitore dei Giochi e aveva l’onore di accendere il sacro fuoco di Olimpia nei Giochi successivi.

Lo stadion deve il suo nome all’arena nella quale si svolgeva la gara, da cui oggi deriva il nome moderno di stadio; lo stadion era una corsa sprint su un rettilineo di 192,27 metri in cui 20 atleti contemporaneamente si sfidavano per ottenere la palma del più veloce.

Nel 1896 si pensò di ricreare un moderno stadion ricalcato sulle caratteristiche degli edifici sportivi dell’antichità e nacque così lo Stadio Panatinaico che fece da scenario alla prima sfida della velocità olimpica nei tempi moderni: il vincitore fu Thomas Burke con il tempo di 11.80 secondi.

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Quattro anni più tardi, a Parigi, lo statunitense Frank Jarvis vinse e fissò il nuovo record olimpico sui 100m piani a 10.8 secondi.

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Nel 1904, a St. Louis, fu la volta di Archie Hahn, sempre degli Stati Uniti, vincere con il tempo di 11 secondi netti.

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A Londra nel 1908, il sudafricano Reginald Walker fece sua la sfida della velocità con il tempo di 10.8 secondi

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Il 1912 è l’anno delle olimpiadi di Stoccolma che vedono il diciottenne Donald Lippincott segnare in batteria il record olimpico con 10.6’’; il giovane atleta statunitense non si ripeterà però nella finale dove si vedrà costretto ad accontentarsi della medaglia di bronzo in una gara nervosa con ben 7 false partenze risolta con un sprint vinto dal connazionale Ralph Craig con il tempo di 10 secondi e 8 decimi. Durante questa olimpiade viene adottata la partenza con lo sparo di pistola da parte dello starter superando le difficoltà per gli atleti di sentire lo start in uno stadio colmo di gente appassionata e urlante.

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Dopo 8 anni di pausa a causa della Prima Guerra Mondiale nel 1920 la storia delle Olimpiadi moderne riprende il suo cammino ad Anversa.

La vittoria dello sprint va a Charles Paddock con 10.8” che beffa sul finale con un vero e proprio tuffo in avanti il compagno di squadra Morris Kirksey.

 

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I Giochi Olimpici del 1924 a Parigi sono diventati famosi per le storiche imprese del britannico Harold Abrahams che vinse in quell’anno 100m (con il record olimpico di 10.6”) e salto in lungo diventando il vero simbolo dei giochi del 1924. Le sue imprese vennero raccontate nel 1981 a 3 anni dalla sua morte nel film Chariots of Fire (Momenti di Gloria) insieme a quelle del compagno di squadra (e favorito per la vittoria dei 100m) Eric Liddell che rinunciò a competere di domenica per non andare contro la sua fede e i suoi principi religiosi.

Una storia dolce e amara quella di Abrahams che l’anno successivo si fratturò una gamba in una gara di salto in lungo ponendo di fatto la parola fine alla sua breve ma intensa carriera.

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Ad Amsterdam nel 1928 è il canadese Percy Williams a regolare gli altri concorrenti in volata con il tempo di 10.8”.

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Le Olimpiadi di Amsterdam del 1928 sono da ricordare anche per la prima partecipazione assoluta delle donne alle gare di Atletica leggera.

La sedicenne statunitense Betty Roninson onorò la gara dello sprint al femminile  eguagliando il record mondiale di 12.2” e vincendo la prima medaglia d’oro della storia dei 100 m donne.

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Il 1932 a Los Angeles è l’anno di Eddie Tolan che conquista medaglia d’oro e primato mondiale con il fantastico tempo di 10.3” regolando al fotofinish il connazionale e compagno di squadra Ralph Metcalfe.

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Il 1936 a Berlino è il trionfo di Jesse Owens, 4 medaglie d’oro nella stessa olimpiade davanti alla potenza nazista in grande spolvero.

Il grande velocista degli Stati Uniti vince la gara dello sprint con il tempo di 10.3” eguagliando il record olimpico.

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Dopo la pausa forzata a causa del secondo conflitto mondiale le olimpiadi riprendono ancora il loro cammino nel 1948 a Londra.

Harrison Dillard per gli Stati Uniti vince la medaglia d’oro correndo la distanza più breve dello sprint in 10.3”.

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Nel 1952 le Olimpiadi fanno tappa a Helsinki e i 100 metri piani vedono la vittoria di Lindy Remigino, ancora Stati Uniti, tempo 10.4”.  Da segnalare la presenza al secondo posto del primo atleta della Giamaica (al tempo ancora colonia inglese), Herbert McKenley

 

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Quattro anni più tardi l’attenzione mondiale si sposta all’altro capo del mondo, a Melbourne.

Nel 1956 la palma di campione olimpico dei 100 metri piani spetta a Bobby Joe Morrow (oro nei 100, 200 e 4×100) che ribadisce ancora una volta il predominio statunitense nella specialità: 10.5”.

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Nel 1960 la fiaccola di Olimpia giunge nella Città Eterna, Roma.

Dopo anni di dominio americano, al ritorno in Europa la XVII^ Olimpiade dell’era moderna vede la conquista della medaglia d’oro da parte dell’atleta tedesco Armin Hary che nell’occasione della finale, nonostante una falsa partenza non si scompone e fa registrare anche il nuovo record olimpico in 10.2”.

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Passano solo 4 anni e gli Stati Uniti salgono nuovamente in cattedra nella specialità regina dei Giochi Olimpici. A Tokyo nel 1964 Bob Hayes vince l’oro con il nuovo primato olimpico e mondiale, uno storico 10” netti.

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Il 1968 è l’anno delle Olimpiadi di Città del Messico che si svolgono a oltre 2000 metri s.l.m. con l’aria rarefatta che dovrebbe essere di grande aiuto per i centometristi.

E il vantaggio dell’altura non se lo lascia sfuggire lo statunitense Jim Hines autore del miglior tempo nella finale della specialità, il primo a scendere sotto i 10”, 9.9” e nuovo record mondiale e olimpico.

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Il 1972 è l’anno delle Olimpiadi di Monaco ed è un’edizione segnata dall’uccisione di 11 atleti israeliani e un agente di polizia tedesco al villaggio olimpico da parte dell’organizzazione terroristica palestinese Settembre Nero.

In un clima così drammatico la gara dei 100 metri, quasi per contrappasso ed ironia del destino, sarà condizionata da un evento a dir poco rocambolesco: i tre atleti degli Stati Uniti sono i più accreditati per la vittoria finale ma giungono in ritardo allo stadio per correre le batterie di qualificazione a causa di un vecchio programma non aggiornato in loro possesso. L’unico a riuscire a qualificarsi giungendo trafelato alla linea di partenza fu Robert Taylor; lo stesso Taylor giungerà secondo in finale alle spalle dell’emergente atleta russo Valerij Borzov (che i maligni consideravano “costruito in laboratorio” dalla nascente “scienza” sovietica applicata allo sport): un tempo sul traguardo di 10.14” che tenne a battesimo la prima finale corsa con cronometraggio ufficiale elettronico al centesimo di secondo (ancora in vigore oggi).

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A Montréal 1976 Borzov ripete lo stesso tempo della finale olimpica di 4 anni prima ma la prestazione gli assicura solo il terzo gradino del podio dietro la potenza caraibica che pian piano sta esplodendo nella velocità su pista: Don Quarrie, Giamaica, è secondo con 10,08” e la medaglia d’oro della disciplina la conquista per la prima volta un atleta di Trinidad e Tobago, Hasely Crawford con il tempo di 10.06”.

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Nel Dicembre 1979, a pochi mesi dall’appuntamento con le Olimpiadi di Mosca 1980, l’Unione Sovietica invia 70.000 uomini dell’Armata Rossa in Afghanistan giustificando tale “invasione” con una richiesta del governo di Kabul in difesa dai ribelli musulmani appoggiati dal Pakistan, dalla Cina e dagli Stati Uniti. L’intervento sovietico venne condannato dalla Nazioni Unite e gli Stati Uniti decisero sanzioni che arrivarono all’embargo delle esportazioni di grano e delle consegne di materiali tecnologici all’Unione Sovietica. L’amministrazione Carter, in cerca di consenso per la rielezione, decise anche di disertare le Olimpiadi di Mosca e chiese agli alleati del blocco atlantico di allinearsi a questa decisione; il risultato di questa ingerenza della politica sullo sport portò alla defezione di ben 65 Nazioni mentre altre inscenarono diverse forme di protesta, tra le quali il gareggiare sotto la bandiera  olimpica piuttosto di quella nazionale. L’Italia si segnalò per una delle posizioni di maggiore compromesso, bollata da alcuni come fortemente ipocrita, lasciando a casa gli atleti appartenenti ai gruppi sportivi militari e facendo sfilare nella cerimonia di apertura dei Giochi i restanti 163 sotto la bandiera del Comitato Olimpico.

In un’edizione fortemente penalizzata dalle vicende di politica internazionale l’europa rialza la testa nella gara dei 100 metri piani portando l’inglese Allan Wells sul gradino più alto del podio con il tempo di 10.25”, lontano dalle vette di eccellenza dell’atletica mondiale del tempo.

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Quattro anni più tardi sono ancora le vicende politiche a segnare pesantemente i Giochi Olimpici.

A Los Angeles si assiste al contro-boicottaggio del blocco sovietico come rivalsa nei confronti dei rivali statunitensi.

Per fortuna lo sport trovò nuovi personaggi cui affidare la propria rivincita; tra di essi sicuramente Carl Lewis che tornò a calcare le orme del leggendario Jesse Owens a 48 anni di distanza, conquistando 4 medaglie d’oro nella manifestazione, tra le quali un posto di rilievo spetta sicuramente alla vittoria nei 100 metri con 9.99”. Da segnalare il terzo posto ottenuto da un emergente Ben Johnson (10.22”) che portò il Canada sul podio della gara più veloce dopo molti anni e soprattutto segnò l’inizio della rivalità sportiva (sostenuta e fortemente amplificata dai media del tempo) tra il “Figlio del Vento” e “Big Ben”, una rivalità che troverà il suo epilogo quattro anni dopo a Seoul in una maniera devastante per lo sport.

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Le Olimpiadi in terra coreana nel 1988 sembrano quasi seguire un copione cinematografico con i due rivali della velocità che danno vita a una battaglia sportiva e psicologica a distanza con colpo di scena finale.

I mesi precedenti l’appuntamento olimpico videro emergere sempre di più la figura di Ben Johnson sulla scena dello sprint, con tempi via via sempre più bassi fino al fantastico 9.83” ottenuto ai Mondiali di Atletica di Roma nel 1983; tutto questo mentre la massa muscolare di Big Ben aumentava esponenzialmente suscitando più di un sospetto. La “Grande Truffa” venne svelata l’indomani della finale dei 100 metri a Seoul: Ben Johnson aveva stravinto la finale olimpica con il tempo impensabile di 9.79” ma aveva ceduto alle lusinghe del doping; il titolo gli venne revocato e la palma del migliore venne assegnata a Carl Lewis che non potè però assaporare la gioia del gradino più alto del podio e l’abbraccio caloroso degli spettatori festanti nello stadio.

Quando alcuni anni più tardi all’atleta canadese venne revocato anche il titolo mondiale di Roma 1983 il tempo ottenuto da Carl Lewis in quella maledetta finale del 1988 (9.92”) divenne il nuovo primato mondiale e olimpico.

A Seoul nel 1988 il Comitato Olimpico Internazionale cominciò la sua battaglia senza quartiere al doping e quella sconfitta dello sport che lasciò l’amaro in bocca a moltissimi appassionati può però essere positivamente ricordata come l’inizio di una nuova era per un mondo che stimolato oltremisura dai nazionalismi e dagli egoismi personali si era spinto oltre i limiti della dignità oltre che della salute.

Fonte: http://w3.i.uol.com.br/novas-midias/2011/06/26/punido-por-doping-em-1988-ben-johnson-diz-que-foi-sabotado-1309107847202_1024x768.jpg

Nel 1992 lo spettacolo dei Giochi Olimpici torna nel Vecchio Continente e Barcellona vede trionfare nella gara regina il trentaduenne Linford Christie con il tempo di 9.96”, facendo segnare un nuovo record: quello dell’atleta più maturo ad aver vinto un oro olimpico nei 100 metri.

Fonte: http://i3.photobucket.com/albums/y99/Piropillos/Piropilloss/CIEN_1992_Barcelona_a.jpg

Il 1996 sono le Olimpiadi del Centenario dalla nascita dei Giochi Moderni e fece scalpore l’assegnazione dell’organizzazione dell’evento alla città di Atlanta in luogo di Atene (dove tutto aveva avuto inzio nel lontano 1896); al tempo la frangia polemica dell’opinione pubblica concluse che gli sponsor (Atlanta è la città sede della Coca-Cola) contavano più della storia e delle ricorrenze.

Dal punto di vista sportivo i 100 metri videro a vittoria del canadese Donovan Bailey che dopo 8 anni portava la sua nazione di nuovo sul gradino più alto del podio, questa volta senza trucchi, con una prestazione limpida e sportivamente esaltante: 9.84” il responso cronometrico e nuovo record mondiale ed olimpico.

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Nel 2000 a Sydney gli Stati Uniti ritornano in vetta allo sprint mondiale con il volto nuovo della velocità, Maurice Greene. Lo statunitense vince la medaglia d’oro in 9.87” e sarà il punto di partenza importante di una brillante carriera di velocista.

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Nel 2004 la fiamma sacra di Olimpia torna a splendere nel cielo Ateniese e gli Stati Uniti sono ancora sugli scudi: Justin Gatlin è medaglia d’oro con il tempo di 9.85” e Maurice Greene sale sul podio della velocità con il terzo tempo di 9.87”; in mezzo a loro il portoghese Francis Obikwelu che con 9.86” completa un terzetto che si da battaglia fin sul filo di lana in una delle finali olimpiche della velocità più combattute in assoluto.

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Nel 2008 a Pechino, in una veste quasi perfetta e assai fastosa, i Giochi Olimpici sono testimoni dell’ingresso della velocità su pista in una nuova era. Inizia l’era Bolt.

Usain Bolt è il rappresentante di una nuova tipologia di sprinter, altissimo e con una muscolatura sinuosa, sembra quasi passeggiare sulla pista della capitale cinese ma il distacco abissale rifilato agli altri concorrenti e il tempo che appare sul display elettronico fissa indelebilmente la portata dell’impresa: 9.69”; l’atleta giamaicano si proietta con un balzo nella storia della specialità, nuovo record mondiale e olimpico e primo uomo a scendere sotto i 9.70” (e con una stringa slacciata come si può vedere nella foto sotto…)

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E siamo giunti alla storia recente di questa incredibile disciplina sportiva.

A Londra 2012 Usain Bolt spinge ancora un po’ più in là il limite olimpico della specialità, 9.63” e assume lo status di leader di un movimento sportivo, quello giamaicano, capace di portare due atleti sui due gradini più alti del podio dei 100 metri e conquistare come squadra la staffetta 4×100 con il nuovo record mondiale e olimpico di 36.84”. Usain Bolt dal canto suo entra di diritto nella leggenda come il primo uomo a vincere 100 e 200 metri piani in due Olimpiadi consecutive.

Fonte: http://www.flickr.com/photos/el-carabobeno/7720654268/

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