L’ultimo Treno

La situazione negli anni ’40 era molto dura per la quasi totalità della gente e, come in tutti i periodi cupi della nostra storia, a pagarne il peso maggiore erano le persone semplici: poveri, contadini e operai. La guerra, gli stenti, le malattie e la fame erano l’incubo di tutte le famiglie.

Pausa.

Adesso provate a fare un passo indietro. Immaginate di trovarvi a vivere quei momenti e immaginate ancora di salire su un gigantesco treno di ferro e acciaio, affollato all’inverosimile, solo per portare un po’ di speranza ai vostri cari, e magari un po’ di cibo. Pane non ce n’è molto, companatico men che meno. Il grande mostro di metallo sputa fuliggine dalle sue due teste e mastica lentamente chilometri di morte. Ruggisce, annaspa, ma, inesorabile, va avanti verso l’infinito rappresentato dai due binari paralleli che calpesta pesantemente. Ognuno dei vostri compagni di viaggio porta nella valigia la disperazione dei suoi vitali baratti primitivi, da fare o già fatti. L’avventura sembra non finire, così come sembra non avere fine l’odore acre di sudore, fatica e malattia. Si sta stretti, ma l’idea di portare un po’ di conforto al proprio futuro fa sembrare tutto meno faticoso. Si sta in piedi, per terra, sui tetti del mostro. I più fortunati, se di fortuna si può parlare, riescono a guadagnarsi un posto a sedere in un piccolissimo e scomodo spazio ricavato su di un compensato laminato di formica scadente. Si sta vigili, più che svegli, ma le palpebre si appesantiscono sempre più. Il treno, l’ultimo treno della vostra vita, vi sta portando lontano dai vostri affetti. Verso una nuvola nera, colma di morte e lacrime.

L’ultimo treno, quello che il 3 marzo del 1944 si è improvvisamente arrestato nella galleria di Balvano, non smette oggi di viaggiare, portando con sé il suo carico di quasi seicento morti e accompagnandolo fuori dalla fosca dimenticanza nella quale è stato avvolto per più di sessant’anni.

Ci ha pensato Dino Becagli che, nel duro lavoro di costruzione di un’opera volta a recuperare la memoria storica di una tragedia che ci appartiene nel profondo, ha messo in piedi una pièce che ha già riscosso un notevole successo di pubblico nel maggio dello scorso anno.

La rappresentazione teatrale si replicherà questo 24 marzo presso il Teatro Don Bosco di Potenza, alle ore 21, e vedrà l’intera compagnia del teatro Minimo di Basilicata rinnovarsi nella dura prova di riproposizione di quest’opera scritta a più mani dallo stesso Dino Becagli e da Mario Restaino, Mimmo Sammartino, Gennaro Francione, Gianluca Barneschi, Andrea Di Consoli, Salvatore Argenziano, Giuseppe Lupo, Pasquale Pace, Mario Trufelli e Mario Santoro.

Oltre a Dino Becagli, avrete la fortuna di incontrare sul palco l’esperienza e la bravura di Lorenza Colicigno e di Ettore Cortellessa, le emozionanti qualità canore e recitative della giovane Iole Cerminara, la simpatia e le virtuosità eclettiche di Giancarlo Cuscino e Antonio Nella, le sorprendenti doti interpretative di Giovanni Fanelli e Marika Lavieri e, infine, la freschezza della dodicenne Maria Pia Romano e della giovanissima Giulia Pesarini.

Impeccabili come al solito saranno il coordinamento tecnico di Antonio Salvia, così come i costumi e la scenografia di Gerardo Viggiano e gli arrangiamenti musicali di Francesco Scorza.

Il prezzo del biglietto è di euro 8’00, posto libero. Per info e prevendita contattate Info & Tichets allo 0971/274704. Lo spettacolo rientra nella edizione dei Cantieri d’arte: “Cercasi carpentieri “, organizzato da Cose di Teatro e Musica e dal Comune di Potenza.